Il mio primo incontro con il Villaggio delle Ginestre risale a circa 30 anni fa.

Mia figlia Daniela aveva 16 anni e fino a quel giorno aveva frequentato tutti i cicli della scuola dell’obbligo, seguita per tutto l’orario da insegnanti di sostegno e assistenti, data la sua gravità. Accompagnandola qui, ero preoccupata e spaventata per il radicale cambiamento a cui sarebbe andata incontro: non avrebbe più avuto una persona tutta per sé, temevo che non avrebbe più fatto progressi, seppure lenti. Ero dispiaciuta, perché veniva allontanata dalla famiglia e da un ambiente aperto come quello della scuola pubblica. Per

superare le varie disabilità servono interventi tecnici e costanti, calibrati sulle possibilità di ognuno.

Anche la socializzazione, che certamente viene curata nella scuola dell’obbligo ad un certo punto, per le naturali vicende della vita, viene meno: ognuno intraprende una strada diversa e loro, i ragazzi disabili, restano soli. Qui, invece, si stabilisce un rapporto di forte amicizia tra le ragazze e con le operatrici che mantengono costante la loro presenza per tempi lunghi e questo dà loro sicurezza. Daniela ha fatto e continua a fare progressi sensibili: ha imparato a prendere coscienza di sé e dell’ambiente che la circonda e a manifestare le sue esigenze. È affezionata a tutte le ragazze e alle operatrici, che chiama continuamente quando è a casa, dimostrando, così, l’affetto che la lega a tutte loro.

Il Centro è anche aperto alla collaborazione con le varie realtà territoriali; vengono attivati progetti con i diversi ordini di scuole, dalle elementari alle superiori. Per le ragazze è una vera festa e una crescita personale ogni volta che ricevono la visita di questi gruppi di ragazzi che operano insieme a loro. Non da ultimo questa struttura alleggerisce, per noi genitori, anche la preoccupazione del “dopo di noi”, appunto perché ha l’impronta e il calore della famiglia.

Da parte mia e, penso anche degli altri genitori, un grazie di cuore a tutti gli operatori del Villaggio e una riconoscenza incondizionata, perché il loro non è un lavoro semplice, anzi, non è un lavoro, ma una missione ed è con questo spirito che operano tutte loro.

 

 

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